Libro di Poesie: “Toamo – La Dama, La Terra e Il Lene”.

Giuseppe Piluso/ Maggio 14, 2020/ Hanno Scritto di me.../ 0 comments

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TOAMO

Hanno scritto di me…

Giuseppe Piluso – Titolo Libro: “Toamo – La Dama, La Terra e Il Lene”

Recensione di: Tommaso Orsimarsi

Giuseppe Piluso

Toamo- la Dama, la Terra e il Leone

L’autore lo definisce un esperimento letterario, per tanto è sua prerogativa illustrarci le considerazioni di carattere linguistico consegnate con l’opera stessa, a chi ne dovrà fruire, accogliendole e facendole diventare nuova piattaforma stilistica e linguistica.

E per chi deve attraversare l’opera, quale consiglio?

Diciamo da subito che è un libro di poesie e immagini, nel quale le stesse si compenetrano cedendo ragioni che l’autore ha ben chiare. Da questo punto di vista, non ci sono dubbi. L’esperimento di un volume, così articolato, è sicuramente riuscito.

 Toamo, in sostituzione o in supporto del più scontato “ Ti amo”, mi ricorda a primo impatto la penna di tre autori Gozzano, Calvino e Rodari, più facilmente distillabili, nelle mie memorie, da amore, temi sociali e favola ma che vedono Giuseppe Piluso, da poeta, collegarsi al loro complicato ingranaggio. Piluso sperimenta e sarebbe sbagliato individuare i suoi alvei è, a mio parere, altrettanto sbagliato non cogliere che questo poeta sa bene dove far scorrere le sue acque.  

Come Rodari, imbastisce poesie che si immergono in un mondo fantastico, fatto di storie improbabili e urla il suo esistere.  E pensando a “ Toamo- la Dama, la Terra e il Leone”, mi viene in mente,  quando in una delle favole, Rodari, parlando di un lago, inserendo un semplice apostrofo indusse il lettore in errore trascinandone le stesse riflessioni. Dove si specchierà la luna in quell’ago? Diceva. Forse nella cruna? Di certo non sulla punta, almeno per non pungersi!  Accortosi dell’errore, però, chi scrive, cercando di correggerlo fa cadere un calamaio di inchiostro sul foglio facendo nascere un lago scurissimo. L’errore allora diventa verità e quasi una premonizione. Una macchia o un lago l’inchiostro? Un equivoco, una falsa rappresentazione della realtà, variando percezione solo apparentemente si allontana dal concetto iniziale. E come è possibile?

Simile è il mio accostare, Toamo- la Dama, la terra e il Leone, alle fantasiose narrazioni di Calvino, all’influenze della filastrocca del Rodari e alle emozioni d’amore e la ricercatezza musicale di Gozzano.

Piluso con Toamo, ci presenta dunque non una costruzione monotona, una di quelle senza significato, ma una sapiente e ricercata composizione nello stile della poesia.

 <<battito e vento,

il cuore a cento.

Il tuo abbraccio forte,

lontana dall’anima,

la morte!>>

Frasi verticalizzate, che comunicano con una immediatezza che non fa sconti, ma che con la rima e la ripetizione ribadiscono, rimbombano, urlano. Parole piene di forza che Giuseppe Piluso spiega bene in quella che chiama “storiella”. Offeso da uno sbruffone, che lo paragona ad uno zero sa dare risposte, valutando parola dopo parola in una serie di argomentazioni e concetti che diventano forza. Tutto è ragionato, non si nasconde dietro all’opportunità, all’improvvisazione fortuita di chi dopo un primo momentaneo stordimento si riprende, ma sono risposte lavorate, pensare e scritte. Così, tanti frammenti delle liriche che compongono “Toamo- la Dama, la Terra e il Leone” possono leggersi come preziosi aforismi. Dettami lapidari. Circuiti della mente che si chiudono sul razionale, che non è mai scontato e che rilancia il pensiero sempre quel passo più avanti. Tanto forse per non considerarlo compiuto o forse nella consapevolezza che quanto, in modo granitico, si affermi è solo un ponte per nuove riflessioni, nuovi passaggi di arricchimento. Questo sono i lavori che compongono Toamo. Le forti fondamenta di tanti concetti!  Concetti creati da una fragilità dell’essere, una condizione umana che valuta risposte ad ogni stimolo. Dunque non saccenteria, ma un lento e costante lavorio, una sedimentazione avvenuta mentre si è in ascolto del proprio cuore, delle proprie emozioni. Non risposta eterea ma spirituale, al servizio del razionale e dello scindibile.

<<Non son ferrato

sul cosmo e sull’amore,

affanno dietro ad essi

per ore.>>

E così che si conosce l’amore e se ne può parlare. Sia che si tratti di quello appena nato, che quello derivante dalle delusioni, quello che si nutre della sua unicità o quello bisognoso di sostegno.

L’amore per Giuseppe Piluso è il Big Bang e senza giri di parole, perché senza il suo oggetto le giornate non hanno sapore.

Ma attenzione perché la forza creatrice e la stessa che può distruggere nel crash beng. L’inversione più o meno razionale. Per tanto l’amore cantato in Toamo- la Dama, la Terra e il Leone” è quello tenero delle timidezze, quello che sa guardare nel profondo e quello che tante volte fa dire “Toamo” per l’elevata spiritualità e la semplicità estrema di gesti spontanei, come l’incagliarsi della barba tra i capelli. Toamo ripetuto in più lavori, quello che fa volare su nel cielo tra abbracci e baci e quello dei pensieri ruggenti come quello del leone pronto a sostenere che la dislessia, la diversità non è negatività.

Per Giuseppe, diversi si nasce non si diventa e per tanto tanto prima si inizia il percorso di consapevolezza e tanto più la vita ci troverà forti per affrontarla a muso duro.  E proprio perché l’uomo non è omologato che tutti siamo a nostro modo diversi. Per quest’ultimo assunto, tutti devono fare i conti con la diversità. Lottare, credere e vivere.  E se ciò non bastasse lo stesso autore è disposto a scendere in campo, con tutte le forze, in soccorso del suo amico Gay, a contestare le tesi di professori troppo arroccati, sulle loro posizioni, per vedere una soluzione semplice ai problemi mondiali. Saper vedere dunque. Anelare un ordine nuovo del mondo, una sfida grandissima, epocale, ma non per questo impossibile. Una favola moderna. E’per questo che Giuseppe Piluso è vicino a Calvino e Rodari e a tutte le favole. Saper vedere con gli occhi limpidi di un bambino una nuova Alice, un nuovo Paese delle meraviglie, quello forse della sua terra inquieta meridionale. Inquieta per i terremoti che da sempre l’hanno sconvolta, ma granitica nelle convinzioni e nella speranza. Pronta a rialzarsi e ripartire nella bellezza e nella testimonianza di scatti partenopei, di un paese della presila cosentina Celico e di un suo quartiere ancora più misterioso e immaginifico, Manneto. Quella ancora della Cosenza del centro storico, sovrapposizione di storia e cultura e quella della spiritualità del santuario del Taumaturgo di Paola, quella della sua Vibo Marina, bagnata allo stesso modo dal mare e quella della vicina Pizzo dei fatti che videro Gioacchino Murat catturato e fucilato mentre inseguiva un sogno.

Ecco questa è la sua terra! Il suo verso attraverso la luce dell’obbiettivo. Quasi un grido che levandosi dice: La mia poesia viene da questo, da queste pietre inquiete, spirituali, cariche di storia, ancora intrise di sangue innocente e soprattutto d’amore.

E con questo che il verso e l’immagine si fa forte. Una terra allo stesso tempo maltratta e violentata come la madre che Giuseppe racconta nella poesia dedicata al femminicidio. Lui è figlio e ricorda appena quella genitrice e quella violenza animale inferta da un uomo che non la rispetta. Eppure, verso questi, marito e forse padre Giuseppe non dirige odio non riconoscendosi semplicemente  in nessun tratto.  Leggendola ci viene spontaneo chiederci se parla davvero di una donna uccisa o di una terra tradita e seviziata dallo stesso sposo. Chissà forse lo stesso Stato patrigno. Giuseppe in questa poesia si fa vittima, come lo è ogni poeta, fa bruciare il suo cuore e la sua pelle, non cede all’odio e si rivede nelle sole fattezze della donna gentile aggraziata nella quale si rispecchia. La stessa che racconta!  Donna che non vede da più anni e ancora da tanti altri in più in un altro momento della poesia. Un’attesa vana o continuo morire? Ci sono parole migliori per descrivere l’inganno?

Tragedie, è vero, ma Giuseppe Piluso alleggerisce con la filastrocca atavica, quella che ripete per non dimenticare, quella del verso baciato e giocoso che ritorna, quello che ci fa capire non solo cosa è accaduto ma anche quello che inevitabilmente accadrà. Ne è convinto nella sua lucida e intelligente ironia, errore e consapevolezza. Ecco perché ci suggerisce di non stupirci del refuso della ripetizione che potrebbe far pensare a lavori non affinati. Qui refuso e immagine immediata, arricchimento. Capacità di vedere con la parola.  In birretta analcolica, quel pieno come un uovo, la levataccia dell’indomani mattina, preceduta dal solo solino e dal pisolino, quel muro dell’idea sfondato, prendono vita, li vediamo davvero. A compiere questo miracolo letterario, la forza che la parola ha già in se. Ecco il perché del suo giusto dispensarla collocarla, ripetere.  

Il buio che cala la vita nel bicchiere, il peso sul petto e nelle fauci della notte andare alla ricerca nel cassetto di un pensiero. Giuseppe ci porta in giro, vogliate o non vogliate e con la forza del poeta ci costringe a vedere ascoltando, rimanendo magari ad occhi chiusi, perché a vedere ci pensa la poesia, il verso, la nenia lontana, che per la stessa composizione, può cambiare di lingua, attingendo al calabrese e restituendo una forza diversa.  Una capacità espressiva particolare. E allora che fine fa quella delusione, è più attenuata? È forse meno banale?  La risposta forse nella rima, che per Giusepe Piluso può essere diversa. Infatti è fatta di assonanza, ricerca di soluzioni, determinazioni:

<<Rispetto uguale premura,

che non fa rima con paura,

e la paura quando sale,

diventa fatale e l’operato

banale.>> 

E ancora il lavorio delle assonanze, delle soluzioni alla Calvino. Come le tessere distribuite, una ad una, e collocate con sapienza in un mosaico, fino alla composizione della figura completa, fino a salvare, come salva solo il saper trattare. Affidati, pare voglia dire, fidati del mio lavoro, è pensato è valutato vedrai!

L’anima vibra, questo il suggerimento di Toamo. E imparare ad ascoltarla vuol dire coglierne l’essenza, la presenza quella del restare in silenzio per non calpestare niente. Sono parole di Giuseppe Piluso che ancora ci ricorda che senza questa presenza, se l’oggetto del suo amore si allontanerà, lo stesso cuore, custode delle emozioni, sarà in terremoto. Non ci sarà quella passione che divampa nelle vene e che è fatta di labbra baciate e morse in un vitale nutrimento d’amore.

Toamo dunque, Toamo come suggerimento, come unica via d’uscita. Toamo per il tuo cuore, per la tua terra, per i tuoi diritti, cogliendo il suggerimento, combatti, resisti, vinci, non avere paura dei tuoi sentimenti ne delle tue idee. Perché tutto nasce e muore per amore.

Tommaso Orsimarsi

Poeta, scrittore e recensóre

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